LEGGERE AD ALTA VOCE
Ci sono delle abilità che spesso noi insegnanti diamo per scontate nei nostri allievi, specie nella scuola superiore.
Una di queste è la lettura ad alta voce. Non c’è tempo di lavorarci sopra, così i ragazzi borbottano, cincischiano, bofonchiano... una pena. Ma noi dobbiamo occuparci di letteratura, di concetti, di contenuti... così la povera lettura resta relegata al rango di cenerentola: chi sa fare sa fare, gli altri si arrangino.
Io, sinceramente, non riesco più a ignorare questo problema: come posso far apprezzare poesie stupende, dagli echi sonori inimitabili, con queste letture pasticciate? Come posso immaginare che i miei studenti diventino adulti capaci di comunicare in qualsiasi situazione ufficiale, in cui sappiamo bene che spesso occorre saper leggere, anzi, interpretare a voce alta un testo scritto, se si vuole essere chiari e convincenti?
Il teatro nella scuola aiuta moltissimo: i ragazzi che recitano conoscono bene l’importanza del “porgere” un testo. Ma gli altri?
Sto cercando di sbrigliare la mia fantasia: il ripasso sulla struttura e l’interpretazione dei testi poetici, che faccio sempre all’inizio del triennio, comprende sempre di più esercizi di lettura in cui viene valutata la resa del ritmo e dei suoni.
Sto meditando di organizzare gare di lettura dantesca in tutte le mie classi. Magari a squadre.
Magari potrei utilizzare il podcast per registrare le voci dei ragazzi e favorire l’autovalutazione tramite il riascolto...
Mi piacerebbe raccogliere altre idee per attività didattiche in questo campo: qualcuno può fornirmi suggerimenti utili?
UN LIBRO PER COMINCIARE BENE
Non date retta alla quarta di copertina, che la avvicina a Starnone e Mastrocola: Antonella Landi è La Profe, l’unica e vera, almeno per tutto il popolo della rete, fra cui è popolarissima.
Non ha né la totale autoironia di Starnone, né la totale incapacità di autoironia della Mastrocola: La Profe è dotata di un sano egocentrismo che la rende comicamente sincera, appassionata, innamorata dei suoi studenti perché è innamorata della vita. Non cita mai pedagogisti famosi, ma conosce a fondo i suoi ragazzini, ce li presenta in tutta la loro sana vitalità. Qualcuno le rimprovera un’incresciosa tendenza, tutta toscana, all’uso delle “parolacce”. Ma io preferisco una profe che ai suoi studenti dà del “bischero”, sorridendo, ad altre che danno del “cretino”, e seriamente. Lei non manca mai di rispetto ai suoi studenti, li tratta anzi come piccoli adulti, ottenendone in cambio lo stesso rispetto e la stessa simpatia.
L’ho conosciuta (virtualmente) un paio d’anni fa, in rete, quando il suo blog era ancora color viola fiorentina e non dominato da quell’immagine della Pucca che La Profe si è scelta come alter ego un po’ beffardo. L’ho amata subito, mi sono rispecchiata in lei, nonostante la differenza generazionale (perché io ho qualche annetto in più, purtroppo), e l’ho frequentata regolarmente perché sa presentare con garbo e vivacità la vita quotidiana di un’insegnante, anche quando racconta i suoi fatti privati, deiezioni comprese. Insomma, La Profe riesce a farti ridere o piangere quando lei ride o piange, perché ci senti sotto la sincerità dei suoi sentimenti e la passione per il suo lavoro.
Passare da un blog ad un libro non è un fatto automatico: non a tutti l’operazione riesce bene. Ma La Profe ha una scrittura particolare già nel blog: non ti ammorba con lunghi sfoghi intimistici, preferisce il post breve, secco e fulminante, oppure il racconto piano di fatti e ricordi. Lo stesso stile, trasferito in un libro, si è agevolmente adattato alla scansione più logica per chi parla della scuola: primo quadrimestre, secondo quadrimestre. Il racconto di un anno scolastico, con tante piccole digressioni fatte di ricordi e di opinioni. Qualche esempio? “Mai per ripiego” (riferito alla carriera dell’insegnante), “Libridine”, “Il sesso confuso degli studenti”... fino ad arrivare all’ormai famoso “Del professore che non tromba e altre confidenze”, in cui La Profe rivela argutamente il motivo dell’insoddisfazione di tanta parte del corpo docente.
Mi sono trovata male soltanto con i nomi dei personaggi, perché nel testo sono stati tutti cambiati per rispetto della privacy... fortuna che i soprannomi sono gli stessi o quasi, così si ritrovano Errhemoscia, Bellicapelli, Cecino, Mestruata e Ancoranò, fino ad arrivare a lui, l’Impavido, il simbolo dello spirito critico e libero, il ragazzino che gli adulti odiano perché non sanno dominarlo e che La Profe ama di amore orgoglioso. Sospetto che lo ami soprattutto perché anche lei è uno spirito critico e libero: come definire altrimenti una che si è tolta la soddisfazione di dire “no, grazie” a Maurizio Costanzo?
UNA BELLA INIZIATIVA
Quest’anno, però, abbiamo avuto un’idea che mi pare molto buona: perché non dedicare una sezione di questo progetto alla tutela della salute degli insegnanti?
Così sta per partire una serie di quattro incontri di formazione su “La voce ed il parlare”.
Gli argomenti sono: impostazione della voce; tono portante; ruolo della voce nella professione insegnante; articolazione, modulazione e cura della propria voce. Si tratta, in pratica, di imparare non solo ad utilizzare al meglio la voce in funzione didattica, ma anche a prevenire i problemi legati allo sforzo delle corde vocali, inevitabile nella nostra professione (quanti di noi hanno patologie alla gola?).
L'idea ci è piaciuta tanto che stiamo parlando di organizzare ogni anno un corso per la tutela della nostra salute: l'anno prossimo vorremmo proporre ai colleghi qualche incontro sulla gestione dello stress da insegnamento.
GRAZIE ALLA TERZA G PER GLI AUGURI DI NATALE... E PER LE FOTO!
L’AMBIGUO GUSTO DELLA NOTORIETA’
Ultimamente, dopo la diffusione in rete dei filmatini di quegli sciroccati che vessavano un compagno di classe, i giornali hanno cercato di dare informazioni su tutte le possibili combinazioni tra scuola e internet.
Così ci sono finita in mezzo pure io: prima il Giornale ha utilizzato brani tratti dal mio blog per avallare la visione di una scuola allo sbando in cui gli insegnanti si piangono addosso alla Mastrocola, poi sono finita sul Corriere di Verona, anche se in questo caso l’articolo è stato il frutto di una vera intervista e quindi è risultato molto più equilibrato (un grazie al giornalista Giovanni Salvatori per la sua correttezza!). Un esempio? L’articolo, che definisce simpaticamente questo blog come uno “sfogatoio”, si conclude con la seguente citazione del Rotapensiero: “Occorre uscire dalla logica che ci vuole avversari delle famiglie, far capire che stiamo collaborando. Non voglio difendere l’intera classe insegnante, ma le energie per cambiare ci sono. E il blog è un modo per recuperare gli elementi positivi, per creare un circolo virtuoso”.
La mia prima reazione è stata di incredulità: basta avere un blog per finire sul giornale?
La seconda è stata: accidenti, lo “sfogatoio” è bruciato! Se non resto nel semi-anonimato della rete, come faccio a criticare ciò che va criticato senza finire a litigare continuamente fuori dal mondo virtuale? Dovrò passare all’anonimato totale, come già meditavo da un pezzo?
Passato qualche giorno, però, mi sono resa conto che serve altro che un paio di articoli su quotidiani per trasformare il pubblico di un blog (sospiro di sollievo). In realtà, l’unico risultato è che la mia vita quotidiana si è accesa di qualche “Ti ho vista sul giornale...” e la mia immagine è diventata immediatamente un po’ più “in”, ma per fortuna la mia immagine virtuale non sembra cambiata di un pixel. I lettori della rete non coincidono quasi per niente con i lettori della carta, quest'esperienza me lo conferma. A quanto pare, i miei colleghi frequentano scarsamente internet. Mi sembra soltanto che la preside mi guardi un po’ perplessa, da qualche giorno, ma forse è solo un’impressione: vorrei tranquillizzarla, assicurarle che non divulgherò segreti d’ufficio, che cerco sempre di rispettare l’etica professionale, ma forse è meglio non entrare nell’argomento...La lettera che ho appena spedito a Maurizio Belpietro, direttore del Giornale
Gentile Direttore,
visto che sono stata citata in un recente articolo sul Suo giornale, La prego di chiedere al Signor Macioce di leggere con più attenzione quello che c'è scritto nel mio blog.
Che, fra parentesi, è tutto scritto da me, non da altri.
Il Signor Macioce mi fa l'involontario complimento di immaginarmi giovane, per lo stile. Lo ringrazi da parte mia: in realtà forse è giovane la mia mente, ma io sono piuttosto stagionatella e madre di due adolescenti.
Lo preghi anche, però, di non piegare forzatamente alle sue tesi il mio modo di vedere la scuola, utilizzando la comunissima tecnica di citare brani avulsi dal contesto, che in questo modo riescono a suffragare una tesi precostituita. Se vorrà, sarò ben lieta di spiegargli meglio che cosa penso veramente della scuola, anche se ritengo che basterebbe una lettura più attenta del mio blog e degli articoli da me pubblicati, leggibili anche dal blog stesso, tramite un link.
Cordiali saluti,
Rosanna Rota
NON SPARATE SULLA CROCE ROSSA:
La barchetta di Virginia. di Antonio Vigilante
Ho già sottolineato varie volte come mi stia sullo stomaco la troppo facile moda di sparare sulla Croce Rossa, vale a dire l’aggiungersi al coro dei criticoni che non fanno certo fatica a trovare tutti i difetti di una situazione, guardandosi però bene dall’avanzare qualche proposta costruttiva per la soluzione dei problemi così ben evidenziati.
La scuola è uno dei campi in cui questo discutibile sport viene praticato in massa: tutti si sentono in diritto di denigrare e di scandalizzarsi. E poi? E poi basta.
Inutile dire che un atteggiamento del genere non fa bene a nessuno: a noi insegnanti, perché ci demoralizza e giustifica il nostro disimpegno; agli studenti, perché non li aiuta certo a maturare né umanamente né culturalmente (e giustifica anche il loro, di disimpegno); ai genitori, perché così invece di collaborare con la scuola tendono a porsi in antagonismo con essa, rischiando di educare in modo individualista ed iperprotettivo i propri ragazzi...
Sarà perché ognuno di noi si fa prendere la mano dalle proprie esperienze personali, ma i libri che riflettano lucidamente sul fenomeno scuola sono proprio pochi.
Uno di questi, secondo me, è La barchetta di Virginia di Antonio Vigilante, il titolare del blog >Minimo Karma .
E’ un idealista, questo insegnante, perciò va al fondo delle cose, non si ferma alle apparenze.
Non invita i ragazzi a godersi la loro adolescenza, anzi, critica il concetto stesso di adolescenza come mostruosa creazione sociale che ha come obiettivo di impedire una partecipazione alla vita degli adulti, una partecipazione alla gestione del potere e della politica intesa nel senso più nobile del termine.
E si fa la domanda delle domande, quella che ogni insegnante prima o poi deve porsi, se è onesto: bisogna educare secondo ciò che è bene e vero o preparare a stare in questo mondo? In altre parole: bisogna educare allo spirito critico o al conformismo? E’ la domanda che tutti i grandi educatori si sono posti. Occorre insegnare ai ragazzi ad integrarsi nel mondo così com’è oppure cercare di farli riflettere sul mondo migliore che potrebbero costruire?
Tutto il resto va da sé: è ovvio che sia contrario alla cultura-spettacolo, che valorizzi il lavoro materiale a fianco di quello intellettuale, che si batta per la tutela ed il rispetto delle minoranze, che si senta stretto nella scuola attuale ed immagini una sua utopia, con la coscienza che, come tutte le utopie, non verrà mai realizzata ma potrà guidare il cammino di molte persone.
Manifesto per una scuola improbabile è il bellissimo sottotitolo esplicativo che rende idea del senso complessivo del libro: è una scuola improbabile, sì, ma così interessante che innamora e spinge a cercare di avvicinarci a quella visione.
Il mezzo? L’eros pedagogico, uno dei concetti più belli espressi in questo libro. Citando un altro grande educatore, Danilo Dolci, l’autore della famosa poesia “Ciascuno cresce solo se sognato”, Antonio Vigilante sostiene che, se la relazione tra insegnante ed allievo è impostata sull’eros pedagogico, io insegnante non mi fisso sui difetti, sugli errori da correggere, ma sulle potenzialità del mio allievo, quindi lo aiuto a crescere, a migliorarsi, a maturare.
C’è un’affermazione di Vigilante che io adoro. Non è in questo libro, ma è nello stesso spirito di questo libro. L’ho trovata sul suo blog didattico, e secondo me vale la pena di riportarla:
Ho copiato questo passo e ogni tanto me lo rileggo.
In qualche modo, mi sta aiutando ad andare avanti nel mio lavoro.